lunedì 1 marzo 2010

Domenica a piedi, le misure antismog sono altre


Lo stop a "tutte" le autovetture effettuato ieri da 169 Comuni della val Padana non mi convince. Prima di tutto perchè non credo nell'ecocatastrofismo, in qualsiasi forma esso si presenti, che sempre si accompagna al momento della lettura sui dati dello smog. Secondariamente non mi convince perchè vedo nella soluzione del blocco del traffico, un accanimento ideologico e meramente di comodo contro l'utilizzo delle auto.

Ormai da anni le amministrazioni locali sono impegnate alacremente ad inventare le più diverse e improvvisate misure anti inquinamento: peccato che poi alla fine vadano sempre a parare sull'a panacea di tutti i mali ecologici la nostra auto. I risultati poi, sono a dir poco sconfortanti. Prima ci avevano assicurato che cambiando la nostra macchina e utilizzando carburante verde invece della benzina super tutto sarebbe cambiato. Così non è stato. Poi ci hanno convinto che le targhe alterne erano un sacrificio utile, i dati li hanno contraddetti. E via allora con le domeniche a piedi (anche quando ha appena piovuto o nevicato), gli eco-pass, le ztl ordinarie ed ambientali. Mi domando fino a quando dovremo continuare a berci tutto quanto ci propinano: peraltro fossero misure gratis, ma spesso le paghiamo pure dalle nostre tasche.

La verità è che l'aria che respiriamo è migliore di quella di vent'anni fa, solo che ogni anno l'Europa, abbassando i limiti di pm10, fa scattare comunque l'allarme, facendolo assurgere ad emergenza. Poi è da considerare che il traffico è responsabile solo per il 32% dell'inquinamento dell'aria (questo significa che se lo blocchiamo un giorno su sette e per di più di domenica, quando c'è solo il 30% di veicoli in circolazione, otteniamo una riduzione di appena l'1,36%).

Esdtendere il teleriscaldamento, sostituire i bus "euro 0", sostituire tutto il parco auto pubblico con mezzi ibridi, ispezionare gli impianti termici e invitare ad abbassare di 1/2° il riscaldamento delle private abitazioni queste sì che sarebbero misure utili per tagliare drasticamente lo smog.

venerdì 5 febbraio 2010

Per la presidente uscente della Regione Piemonte partiti come figurine


Il caravanserraglio della Bresso, con larrivo anche di rifondazione comunista&C ora è al completo: ai compagni, che ci si vergogna a portare in giunta, si è fornito uno strapuntino basato sulla pura logica di potere.

Mi piacerebbe sapere che fine hanno fatto le posizioni moderate e riformatrici del centrosinistra, ma soprattutto vorrei sapere dove sono state archiviate le lamentazioni di Chiamparino e Saitta, quelle che volevano sacrificare la sinistra radicale nel nome di una chiarezza delle alleanze.

Gli elettori sanno che non esiste alcun accordo tecnico che possa tenere insieme la nuova coalizione della presidente uscente. In verità è il solito gioco delle tre carte, buono per tutte le stagioni: soprattutto per cercare di mantenere le solite, arcinote rendite di posizione.

Un fatto però è importante: il centrosinistra, con questo patto, rivela il suo vero volto abilmente camuffato nelle ultime settimane dietro “la mascherina” dell’Udc: torna a essere cioè quell’accozzaglia “informe” di sempre che ha impedito alla Giunta uscente di governare per 5 anni.

Una accozzaglia di forze politiche che su temi fondamentali quali lo sviluppo industriale, le grandi infrastrutture e la parità scolastica ha posto veti nel passato, cavalcando la protesta di piazza, e che si candida a ripetere le proprie azioni anche nel futuro.

lunedì 25 gennaio 2010

Droga, il fallimento del sistema solidale di Torino e del Piemonte


Mi ha profondamente colpito la notizia apparsa oggi sui principali giornali locali e nazionali e che "proclama" Torino quale capitale europea dei drogati.

Il triste "primato", documentato da un accurato studio dell'European centre for Social Welfare policy e che segnala i torinesi come i consumatori abituali di droga più spendaccioni della Comunità europea, colpisce non solo per il drammatico risvolto sociale che sta dietro una notizia di tale portata ma anche perchè questi dati segnano il fallimento delle politiche finora adottate dal Comune e dalla Provincia di Torino e dalla Regione Piemonte.

Una bocciatura questa che dovrebbe far riflettere seriamente la sinistra 'sabauda' sempre molto generosa nell'attribuirsi meriti esclusivi nelle iniziative politiche sociali.
Le statistiche pubblicate oggi determinano il crollo di un sistema: quello della "solidarietà pelosa", attenta quasi esclusivamente al contenimento (che neppure riesce) del disagio e del tutto dimentica dell'agio.

Sia ben inteso parlo di agio nel senso più ampio del termine: cioè di cura e promozione di quella scala etica e valoriale che troppo spesso il centrosinistra baratta indiscriminatamente per accappararsi l'attenzione 'elettorale' del diverso.

Senza una scala di principi condivisi di questo tipo, ogni politica solidale perde di significato perchè tende ad assimilare le degenerazioni ai mali del tempo, giustificandole acriticamente, senza dare alcuna speranza alle generazioni future e alimentando ancora di più quel "male di vivere" che sta diventando la vera piaga del nuovo secolo.

venerdì 22 gennaio 2010

Tutti sul carro Sì Tav, intanto i conti degli antagonisti li pagano i contribuenti


Ho letto con estremo interesse le dichiarazioni pro Tav che, in questi ultimi giorni, il centrosinistra ha dispensato a piene mani su tutti i principali media locali e nazionali.

Un funambolismo che avrebbe dell'incredibile, anzi dell'intollerabile, per normali persone di buon senso ma che nel sistema politico torinese attuale assumono invece esclusivamente le sembianze della monotona, "miracolosa" e scenica conversione dell'ultima ora del centrosinistra. Una giravolta che in base al neo moralismo del Pd subalpino si può sempre giustificare se è per "ragion elettorale".

Ed ecco così che ieri Grillo è rimasto l'unico a sbraitare contro l'alta velocità, l'unico insieme agli ultimi sodali di un movimento che senza preavviso alcuno si è trovato d'improvviso orfano di ideologie e soprattutto di chi, fino a ieri, ne ha alimentato aspettative e desiderata.

E potrebbe chiudersi qua la mia riflessione se non fosse che a dispetto del cinismo e della "faciloneria" di buona parte dei maggiorenti del Pd e dell'Ivd, compreso il primo cittadino di Torino e la presidente uscente della Regione Piemonte, rimangono cinque anni di pericolosi ammiccamenti e ambiguità: un lustro insomma di rimpalli comodi per parlare con la pancia e non con la testa degli elettori.

Di questi 5 anni, dagli scontri di Venaus ad oggi, la sinistra che vorrebbe dirsi moderata dovrebbe rispondere. Perchè proprio il loro silenzio ha permesso che si costruisse un movimento di modello antagonista quale quello No Tav di oggi e che in questi giorni ha bloccato per diverse ore l'autostrada del Frejus, la statale 25 e la tratta ferroviaria.

Quello stesso movimento No Tav che oggi costringe lo Stato, la Regione e la Provincia a dover spendere tra i 6 e i 7 milioni di euro per garantire l'ordine pubblico nei tre siti designati per compiere i carotaggi. Una cifra incredibile che nasce da un semplice calcolo i carotaggi dureranno 45 giorni e impegneranno circa mille uomini dell'esercito.
La paga giornaliera di ognuno di essi è circa 70 euro, più 15 di straordinario a cui va aggiunto il riconoscimento di un'indennità per il mantenimento dell'ordine pubblico. Il costo quindi si aggirerà sui 110 euro al giorno per ogni militare. Se ad esso si aggiunge che quasi la metà di essi provengono da altre regioni italiane, questo significa che si avrà un costo aggiuntivo di circa 60 euro al giorno per spese di vitto e alloggio.

Il conto quindi è presto fatto: 6/7 milioni di euro che, come al solito, "pagherà pantalone", ma che in verità dovrebbero essere risarciti da quella sinistra molle e compiacente che nel tempo ha alimentato col proprio silenzio assenso una diffusa "disinformazione".

venerdì 18 dicembre 2009

La crisi non si risolve con gli spot

In Piemonte il sistema produttivo e, di riflesso, quello occupazionale, stanno attraversando una fase particolarmente delicata in cui grande industria e piccola e media impresa, pur a fronte di situazioni di emergenza del tutto peculiari, sono accomunate dal medesimo trend decrescente.

L’epicentro della crisi, infatti, non si registra più “soltanto” nel settore dell’automotive, ma è ormai trasversale a tutte le province piemontesi e coinvolge pressoché ogni comparto produttivo: dal chimico al tessile, fino all’edilizia, con un moltiplicarsi esponenziale di chiusure, delocalizzazioni, tagli e richieste di cassa integrazione. Non si salva neppure quel mercato delle nuove tecnologie e delle comunicazioni che sembrava il risultato di una rinnovata capacità di attrazione del territorio piemontese.

Personalmente ritengo che, per fronteggiare l’emergenza in corso, le fumose dichiarazioni d’intenti fini a se stesse siano del tutto inutili, e che lo sia anche il riproporre vecchie formule del welfare carenti nella quantità e inadeguate nel contenuto.

Oggi, piuttosto, servono modelli di workfare in cui gli stessi ammortizzatori sociali siano integrati in un quadro complessivo di politiche di sviluppo. Sono, dunque, gli strumenti propri della Regione a dover essere impiegati per garantire al sistema economico e produttivo le misure concrete di sostegno e rilancio di cui necessita.

Una riflessione sul nucleare

Se ne leggono tante, troppe sul nucleare. Sarà forse per l’arte tutta italiana di creare, ancora prima che progetti d’innovazione e sviluppo prendano forma, un “comitato preventivo” in opposizione: non importa a che cosa, basta che dica no.

Quello che stupisce, però, è che a esercitarsi in tali attività sia anche la presidente della Regione Mercedes Bresso, la quale in queste ultime settimane ha intensificato la sua campagna propagandistica contro il nucleare.

Sono personalmente convinto, convintissimo della forza del nucleare, per il futuro del Piemonte.

Da un punto di vista economico, le nostre imprese spendono per le forniture elettriche il 30% in più rispetto al resto dell’Unione Europea, il che non è certo il modo migliore per sorreggere la loro competitività sui mercati internazionali. Il nostro Paese dipende per l’85% del proprio approvvigionamento elettrico dall’estero, per il 15% dei propri consumi elettrici dal nucleare di importazione.

Vi è il fondato rischio che le scelte di far pagare agli utenti elettrici 25 miliardi di euro da qui al 2020 per l’incentivazione delle fonti rinnovabili, non impedisca all’Italia di dover sborsare anche 55 miliardi di euro per il mancato rispetto del perverso protocollo di Kyoto. Si aggiunga ancora che gli impianti nucleari sono i meno costosi dopo quelli a carbone.

Sul fronte sicurezza, invece, oggi proprio al confine con la nostra Regione insistono ben sei centrali nucleari francesi. Che arrivano a dieci se si considerano anche i quattro impianti svizzeri, localizzati a poche decine di chilometri dalla Valle d’Aosta. Impianti quindi su cui non possiamo esercitare alcun controllo diretto, anche se i rischi sono invero bassissimi.

Quelli che sono sicuri sono invece i costi dei cittadini e che si traducono ogni giorno in esorbitanti bollette elettriche.